La mostarda d’uva è un piatto tipico dell’enogastronomia piemontese ed è un prodotto costituito da mosto d’uva cotto a cui poi viene aggiunta la frutta di stagione (si parla dei mesi di ottobre e novembre).
L’aspetto è quello di una confettura dal colore scuro, per via del mosto che vi è contenuto.

Era un cibo che veniva preparato con gli avanzi della vendemmia, poiché si sfruttavano tutti quei piccoli grappoli d’uva che venivano lasciati normalmente sulla vite perchè troppo aspri per essere utilizzati per fare il vino.

Va fatta comunque grande attenzione, in quanto si potrebbe avere in qualunque caso necessità di contattare onoranze funebri Montesacro Roma per salutare un proprio caro che ci ha lasciato. In tal senso è comunque bello sapere che vi è chi si occupa del celebrare al meglio la dipartita di un nostro familiare.

Questa uva di scarto veniva pigiata per ottenerne un mosto che andava poi fatto bollire per ore nel paiolo, sulla stufa o nel camino. Le uve in assoluto più utilizzate erano quelle del barbera, del dolcetto, del nebbiolo e del moscato.

Una volta che il mosto si era ridotto (fino ad un terzo) si inserivano nella cottura anche altri frutti di stagione che venivano recuperati. E’ così che venivano raccolti e tagliati grossolanamente i fichi acerbi, che non avrebbero più potuto maturare sulla pianta, le mele cotogne, le pere Martin Sec (pere piccole di brutto aspetto), le noci, le nocciole, la zucca ma anche bucce di limoni ed arance.

Tutta questa frutta finiva nel paiolo, assieme al mosto, a bollire per altre ore, almeno quattro o cinque, fino a quando il composto non risultava molto denso ed i pezzi di frutta quasi completamente sciolti.

La procedura di preparazione viene seguita ancora oggi con la stessa cura dalla popolazione locale.

La mostarda d’uva viene messa ancora calda nei vasetti di vetro con il coperchio a chiusura ermetica, in modo che si possa conservare a lungo.

Con un simile metodo di conservazione può durare un anno, ma se si sterilizza la durata è di tre anni almeno.

Viene utilizzata come accompagnamento per la polenta, per il bollito misto, come ottimo abbinamento coi formaggi. Un tempo la si usava anche con la neve fresca, come fosse un sorbetto.

La zona di produzione comprende il Monferrato, dove viene chiamata Mostarda d’uva Monferrina e l’astigiano e cuneese dove viene chiamata Cognà.

Nel 2003 la giunta comunale di Narzole (AL) ha deliberato l’approvazione di un Disciplinare sulla “Cognà tradizionale di Narzole”, che prevede anche l’utilizzo di cannella, chiodi di garofano e zucchero da barbabietole.

Il documento ricorda inoltre che fin dal 1859 il prodotto chiamato Cognà era utilizzato nel cuneese da tutti i ceti sociali come salsa o come dolce.

Attualmente lo si può trovare nei negozi della zona oppure si può acquistare online nei negozi che vendono prodotti tipici.